CHIESETTA DELL’ANGELO 13 FEBBRAIO-6 APRILE 2015

CARLO MARTINI

ABBANDONI– COLORI DI UN FARE PERDUTO

“Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa.”
Edward Hopper

Come dipingere il silenzio sospeso di uno spazio dimenticato? Uno spazio vissuto quotidianamente da persone che in quel luogo hanno lasciato gesti, speranze, aspettative, delusioni?
Il maestro dell’arte americana, Edward Hopper, del vuoto, del “togliere”, dell’essenziale gioco della luce che scolpisce l’angolo di una stanza vuoto, del silenzio senza tempo ha fatto la ricerca di una vita.
Lo spazio della pittura esiste nella misura in cui la luce riesce a darne una definizione compositiva, giunge a delineare confini, vuoti, pieni e la luce è, appunto, la protagonista silente degli spazi dimenticati di Carlo Martini.
La luce che filtra dalle aperture delle finestre plasma volumi ormai divenuti memoria di se stessi.
I luoghi ricostruiti in queste pitture sono stati accuratamente cercati dall’artista; nulla nella sua creazione è frutto del caso, di un impeto momentaneo o, per contro, di una semplice ed accurata volontà di mimesi.
Il percorso creativo di Martini vede la sua genesi nella ricerca appassionata di fotografie che congelino luoghi dismessi di vecchie fabbriche. Da queste indagini l’artista, come un rispettoso architetto, ri-costruisce i luoghi che sono stati teatro di azioni e parole scandite da una quotidiana ripetizione, condivisa in comunità che hanno popolato angoli e momenti, restituendo loro, attraverso un’elaborata ricostruzione prospettica, una presenza volumetrica tendente alla perfezione che la fotografia, con i suoi scorci e le sue inquadrature, è impossibilitata a rendere.
In Martini la rispondenza alla reale struttura delle architetture non verte meramente verso la realtà, ma ne elimina le incongruenze all’ostinata e faticosa ricerca di una perfezione costruttiva che lo porta ad aprire varchi e inserire finestre ove prima non c’erano, affinché la luce filtri a plasmare i volumi; essa non viola questi spazi malinconici, ma ne protegge quanto non è stato spazzato via dal tempo e dall’incuria.
Le finestre di questi luoghi appaiono stranamente integre, segno evidente della volontà dell’artista di rincorrere una dimensione ideale che si nasconde oltre le aperture che fungono da diaframma tra una realtà protetta ed interiore e “il fuori”.
Piccoli particolari stranamente conservati corrono al ricordo di chi ha lavorato in questi luoghi, rimandando a tempi non così remoti, ad abbandoni non ancora sedimentati. Cementifici, fabbriche tessili, centrali elettriche, strutture del nostro territorio e di luoghi lontani, ma che ritornano nella nostra mente agli stessi archetipi.
Le tele di Carlo Martini vanno osservate con attenzione e con la cautela necessaria a non farsi ingannare dalla semplice rappresentazione mimetica.
Ad un osservatore attento che cerca la vita all’interno del vuoto, appare evidente come la tavolozza studiatissima dell’artista sottolinei piccoli particolari colorati in modo acceso in ogni opera; una paziente tecnica che evidenzia le architetture attraverso un effetto di texture che attraverso l’utilizzo di malte fini, di pomici sovrapposte in strati sottili, produce un effetto polimaterico che sottolinea e marca la verticalità delle strutture architettoniche creando delle ombre naturali. Le luci che filtrano dalle finestre, infine, si illuminano attraverso il bianco di zinco.    
La verticalità delle strutture architettoniche di queste tele, sapientemente equilibrate da elementi orizzontali, non tende ad una irremovibile situazione di non ritorno; pochi tocchi di colore, gesti minuti ma attenti spingono il nostro sguardo a correre sulla tela alla ricerca di particolari non visti.
Il fascino delle opere di Martini si cela nell’ossimoro che accosta il senso del malinconico abbandono all’incongrua presenza di elementi ancora integri, ancora una volta correndo sul sottile filo del non detto, di ciò che non c’è, ma che viene sottilmente suggerito a lasciare in chi guarda il desiderio di tornare a cercare, sulle tele.. ed oltre.

Raffaella Mocellin

Gennaio 2015